Marla
(Pavullo nel Frignano - Modena)
Dall'estate 2000 Marla è Alessandro, Lorenzo, Luca e Roberto.
"…Marla…il taglietto sul palato che si rimarginerebbe se la smettessi
di stuzzicarlo con la lingua…ma non puoi…" (Norton)
…come frammenti di melodie che si inciampano addosso…
…come ricordi di suoni tra labbra…
curiose…
http://freeweb.supereva.com/hxmarlagroup
°M°011Marla
EP
09/2002
Trasmessi da John Peel (RIP) sul suo storico programma alla BBC.
da Kronic.it (Settembre 2002)
A volte c’è più curiosità per delle uscite discografiche “minori” rispetto a presunti
capolavori di artisti già affermati. I motivi sono diversi: il desiderio di comprendere
l’eventuale evoluzione di una formazione ancora “nascosta”, affinità musicali
con il genere in questione, oppure la certezza di trovare un album effettivamente
superiore a tanti altri. Spesso domina uno solo di questi aspetti, ma con i Marla
non ne rimane escluso nessuno: evoluzione, affinità sonora e la consapevolezza
di trovare un ottimo lavoro. Avevo pochi dubbi anche su quest’ultimo punto e l’ascolto
del nuovo Ep dei ragazzi di Pavullo ha provveduto immediatamente ad eliminare
anche quelle vaghe, e doverose, titubanze. Quelli di voi che hanno avuto la fortuna
di ascoltare “Il Rimpianto Ep” immagino avessero intuito sia le notevoli potenzialità
del gruppo, sia alcune pregevoli intuizioni che non avevano avuto modo e spazio
di realizzarsi compiutamente. Sin da alcuni concerti estivi era percepibile un
progressivo avvicinamento a una scelta strumentale basata su composizioni più
lunghe, caratterizzate da arpeggi di chitarra inizialmente delicati e poi destinati
ad evolversi in improvvise, ma mai casuali, esplosioni. I tre episodi in questione
evidenziano questo percorso, in cui l’approccio melodico non viene abbandonato,
ma fatto risaltare dall’incessante ripetizione di trame sonore tendenti a divagare
per poi ritornare ad un ipotetico, seppur mai concreto, punto di partenza. Una
batteria ben definita diventa la struttura portante, in cui gli intrecci fra le
chitarre disegnano malinconici schizzi sospesi, dove non sfigurano alcune intrusioni
rumoristiche o quelle di rari intervalli elettronici. Parlare di canzoni appare
fuori luogo, i Marla, seppur non ancora compiutamente, realizzano suite sonore
dilatate vicine ad una sfera ambient, ricreando con dovizia atmosfere che, anche
nei momenti più rabbiosi, appaiono intrise di una dolcezza di fondo, un po’ come
se l’irruenza degli Explosions In the Sky si addentrasse nel rumoroso silenzio
dei Sonna. Certo, la scelta strumentale del gruppo farà dire a molti l’ormai scontata
frase: ”Il solito gruppo post rock…”, ma, credetemi, sarebbe un errore: all’interno
di un genere sicuramente in espansione, i Marla possono ritagliarsi senza problemi
uno spazio autonomo ed importante. Marco Delsoldato
da Rumore (Dicembre 2002) Demo del Mese.
Finalmente sono tornati! Chi cazzo è tornato? Ma i Marla…che a parte un inizio
citazionista un poco datato e rubato a Pet Sound, sparano le loro 4 e ripeto 4
songs in maniera impeccabile. I Marla scusate l’ovvietà, suonano del bellissimo
rock strumentale, infarcito a tratti di dolcezze devianti dal vago sapore free
o di inserti musicali classici. Sono abili musicisti e non ti danno scampo, sei
costretto ad ascoltare per intero i loro brani. Per ciò non mi resta che copiare
quel gigione di mio Zio Zombie Kid e raccomandarvi di comperare il loro demo.Oppure
semplicemente di contattarli per portarli a suonare in casa vostra. Vi assicuro
che anche il vostro babbo apprezzerebbe!
da Rockerilla
Dev'esserci qualcosa, nel Dna dei musicisti emiliani, che richiama inevitabilmente
alle ambientazioni eteree e cerebrali del post-rock. Dopo i Giardini di Mirò e
i Votiva Lux ecco i Marla da Modena che, tra progressioni chitarristiche reiterate,
elaborati giochi elettronici e rasoiate che sfiorano il rumor bianco, riescono
a non far rimpiangere le nenie soniche dei Mogwai e danno vita a tre lunghi brani
dove mettono in luce una notevole perizia strumentale ed una discreta abilità
mpositiva. Basterebbe solo un pizzico di personalità in più per essere perfetti,
ma siamo sicuri che ci sarà tutto il tempo per crescere. Maurizio Marino
da Freakout
Dal cappello magico della Marsiglia Records (ultra-underground-indie-label nazionale)
escono fuori i Marla, a rivendicare un (meritatissimo) posto di rilievo nel panorama
indipendente italico. Tre brani che ad indefiniti frammenti "ambientali" alternano
portentose sfuriate soniche: emozionanti "crescendo" dal sapore "epico", nella
migliore tradizione di band come Mogwai o Godspeed You Black Emperor!. E ancora:
inserti di musica elettronica, arpeggi delicati e sbalzi d'umore espressi da un
suono che da lieve e sussurrato diventa prima corposo e nervoso, e poi aggressivo,
tagliente e teso. I Marla cercano di aggirare gli incombenti cliché del genere.
Non sempre ci riescono, ma le premesse perché la ricerca di uno stile personale
dia buoni frutti ci sono tutte. Daniele Lama
da sodapop 4/6
Gli emiliani Marla colpiscono per la perizia e l’inventiva della loro formula
nei tre brani qui contenuti. Il loro è un post rock sorretto da una sezione ritmica
possente e precisa che si evolve in repentini cambi di tempo, al cui interno le
chitarre trovano spazio per delineare metriche free alternate a picchi degni dei
Motorpsycho (Flaubert, Don’t Play Guitar). In questo EP della durata di circa
venti minuti la band tesse un’insidiosa e incalzante ragnatela che riesce abilmente
a schivare l’artificiosità e la maniera, avvolgendo anche l’ascoltatore più prevenuto
nei confronti di queste sonorità. Insomma, un altro gruppo di qualità from Matteo
Casari’s happy bunch.
da Hate Tv
I Marla mi son simpatici. Non so perché. Tra i tanti significati che rientrano
sotto al termine idiosincrasia, figura anche questa cosa qui. Questo cd comincia
con qualcosa tipo una macchina che s’avvicina e lascia il posto a una batteria
elementare. In più ci sono due chitarre e un basso. Con ottime idee. Siamo in
ambito post-rock. Tutto strumenti. Il primo pezzo, sulla batteria elementare,
lascia ammorbidire due trame di chitarre sottili (ma il suono è un po’ troppo
elastico, strozzato, non ben lineare e sinuoso, no, sono due suoni di pulito come
se gli si togliesse l’ossigeno subito dopo la pennata, non sopravvivono, non respirano,
appunto: strozzati), il basso sta dietro. Sui 2'40" si elettrizza tutto ma senza
grassi vegetali, con ottime scelte di fraseggi implementari (ma questi suoni di
chitarra elettrica…così esili, acidelli ma non a tal punto da dire malati, un
po’ intasati di medio alte, questi suoni di chitarra così...gracili...). Poi tutto
ritorna pulito e cresce fin verso il finale dove la canzone finisce. Qualche suono
spazio-stellare sguazza liberamente nell’etere e solletica il secondo incipit
a suon di noise e batteria filtrata. Però l’attacco risulta smorzato, come se
non gli fosse riuscito di legare i due pezzi: non ho ben capito. Il secondo pezzo
parte molleggiato. La batteria più incalzante, molto belle, anche in questo caso,
le scelte delle melodie, circolari, flessuose, ottima palestra mattutina. Qualche
stacco mi sembra più faticoso degli altri, ma la canzone gira ottimamente. Ora:
io questa canzone l’ho sentita anche dal vivo. "Ruber Biter Song" dal vivo è un’altra
storia. E adesso mi sento in dovere di aprire un inciso. Sulle recensioni.##Si
recensisce perché c’è qualcuno che ha deciso di esporsi. Chi crea si espone. È
inevitabile. Quando metti al mondo una cosa la inserisci in un contesto. La piazzi,
bella bella, sotto gli occhi altrui. E costringi gli altri a reagire. Perché occupi
dello spazio. Ed è inevitabile che qualcuno abbia qualcosa da dire – e ridire.
Questi sono i recensori – e pure tutti gli altri. Perché metti sul mercato più
che un’opinione, più che un sentimento (che risulterebbe, tra l’altro, ingiudicabile),
metti più di una visione del mondo. Metti una cosa con un inizio e una fine. E
per questo metti tutto. E il tutto deve urtare, dar fastidio anche. Ma nel momento
in cui fai quest’opera di molestia totale devi anche accettare. Chi crea si espone,
e chi si espone ha il dovere di subire. Sono regole. Non si scappa. Ora: qua non
si giudica nessun messaggio, tantomeno persone o modi di fare. Si giudica nel
modo più impersonale (che risulta, ipso facto, uno dei più personali) un prodotto.
Di per sé. Fine parentesi.## L’attacco elettrico verso i 3'30" mi lascia un sapore
un po’ troppo epico. Avrei invece enfatizzato di più il noise dopo i 4'00". E
abolito il raddoppio di tempo seguente. Quando entra la voce sul finale fa piacere.
Ma dal vivo, questi Marla, coi due chitarristi che suonano uno di fronte all’altro,
come un western, un duello, hanno tutto un altro pathos. Garantito. In negativo:
la batteria non regala certo un eccesso di sfumature, diciamo che fa il suo dovere,
niente di più. Il basso dovrebbe, forse, gestire un po’ di più la base e avviarsi
un po’ (ma un po’, sia chiaro) meno verso i fraseggi sulle alte. Le chitarre districano
rivoletti ameni, un amalgama eterogeneo ma che lascia la sua sapida striscietta
di bava che, al sole, non può far altro che diventare luminosa. Credo sia un buon
inizio. Bo. H-Capra
da Rockit
Mi sono già occupato dei Marla in passato, in particolare quando ho recensito
sempre su queste pagine il loro cd d'esordio. Al tempo non ero rimasto molto entusiasta
e avevo anzi sottolineato come in quel disco non ci fossero sussulti particolarmente
emozionanti. Mi sembra giusto quindi mettere subito in evidenza che con questo
secondo episodio i modenesi dimostrano di essere migliorati molto nella definizione
della loro musica. Se ne è accorta anche la Marsiglia records che ha prodotto
questo cd, un disco breve (tre pezzi per venti minuti) ma ce n'è a sufficienza
per lasciare il segno e non tanto da stancare. A parte qualche voce nell'ultima
parte di "Flaubert don't play" si tratta di musica strumentale che guarda al rock
indipendente degli ultimi anni, in particolare a gruppi come Mogwai o Karate.
"Feel stupid like a devil with an ice-cream" parte con un ritmo jazz e si lascia
andare a un finale con violoncello e sonorità sintetiche. "Rubber biter song"
ha il sapore dei Tortoise, ma ad un certo punto si allontana in un ambito cameristico
portato alla deriva da campioni di batteria, squilli di chitarra e da un pianoforte
altisonante. Chi frequenta i lidi consueti del post-rock troverà probabilmente
poco da aggiungere in questo cd. Ma più dell'originalità valgono le capacità di
scrittura, l'equilibrio intrinseco di tutti i brani e un'esecuzione sottovoce
che lascia da parte gli autocompiacimenti per concentrarsi sulla sostanza. Max
Osini
da IDBOX
Arpeggi, tensione crescente, melodie malinconiche. Tutto rigorosamente strumentale.
I Marla, “from Pavullo nel Frignano (Modena)”, hanno avuto l’onore di vedere (sentire?)
lo scorso 25 febbraio un loro pezzo, “Feel Stupid Like A Devil With An Ice Cream”,
nel programma radio di John Peel. Per i profani: BBC. Niente male per un gruppo
che ancora non ha inciso un disco vero e proprio. Questo EP, infatti, è pubblicato
da °Marsiglia°, l’etichetta di cd-r gestita da Matteo Casari dei Lo-Fi Sucks.
E il suono del disco, in effetti, risente molto dell’approccio artigianale. Poco
curato, per necessità più che per scelta. Giri e giri di parole ancora non hanno
focalizzato il punto principale: com’è questo lavoro? Acerbo. Si nota qua e là
una ricerca compositiva che vuole evitare le paludi del “già sentito”. Non sempre
però riesce nell’intento. Ancora manca quello slancio stilistico che dia valore
agli sforzi della band. Il progetto Marla, insomma, è un diamante grezzo. Bisogna
lavorarci su. Solo così la pietra acquisterà valore. E brillerà di luce propria.
Manfredi Lamartina
da Post-It Rock
Ero curioso di ascoltare i Marla da tempo, a maggior ragione da quando il loro
ultimo ep cadde nelle mani di Matteo Casari che decise di inserirli nella scuderia
di Marsiglia Rec. Li contatto e nel giro di pochi giorni ho il piacere di inserire
il cd nel lettore...mi affaccio alla finestra per richiamare il mio cane che abbaia,
ma lui è in casa che alza le orecchie e osserva le casse dello stereo appese...Inizia
così il nuovo ep dei Marla, con dei cani che abbaiano; dei passi sulla ghiaia;
il suono di un fiammifero che accende forse una sigaretta e una macchina che passa
sulla strada...il tutto con un ottimo effetto stereo. Intanto la batteria detta
il ritmo sul "ride" e le chitarre e il basso si intrecciano, si inseguono e poi
si allontanano...come la scuola del post-rock insegna. Si trova piacere ad ascoltare
quel poco di elettronica ed effettistica ben dosata e inserita nei punti giusti
che non rompe le costruzioni quasi matematiche del trio. L'inizio di "Flaubert,
Don't Play Guitar" mi fa ricordare con quel basso effettato dal chorusi vecchi
Cure in una nuova veste, che non gli sta neanche male...Solo 3 brani per questo
EP con 20min di musica ben suonata, che forse suona un po' troppo post, con i
suoi arrangiamenti classici, ma che fa sperare molto bene... Gianmaria Aprile
da Musicboom
Nel totale rispetto di una tradizione a cui ci ha già deliziosamente abituati,
la Marsiglia Records, etichetta di cd-r gestita da Matteo Casari dei Lo Fi Sucks,
ci propone un altro prodotto straordinario per qualità e valore della proposta.
Si tratta dei Marla, quartetto proveniente dall'appennino modenese che, dopo aver
pubblicato nel 2001 l'ep Il Rimpianto, torna meritatamente agli onori delle cronache
con un altro mini-album, intitolato semplicemente Marla Ep, che è a dir poco spiazzante
per la bellezza, il gusto e la ricercatezza che contiene in sè. I tre brani strumentali
contenuti nell'album si attestano in un filone che definirei a metà strada tra
il post-rock e la noise dalla quale sono prese in prestito alcune brillanti, e
comunque estremamente originali, intuizioni. La struttura complessa dei brani
lascia dondolare l'ascoltatore tra arpeggi di chitarra morbidi e delicati che
lasciano poi spazio a squarci improvvisi e devastanti o ad imprevedibili accelerazioni;
le ritmiche sono geniali nella loro quasi assenza di linearità, le dinamiche sono
sempre ben regolate e nessuno dei tre brani, nonostante la durata abbastanza consistente,
risulta mai stancante. Al contrario questo Marla Ep si ascolta con una buona dose
di piacere e riesce a coinvolgere, a stupire, a imbrigliare con le sue strette
maglie sonore, ad emozionare con le sue laceranti aperture, ad amalgamare i pensieri
con i suoi malinconici chiaroscuri. E consente al quartetto modenese di guardare
al futuro con fiducia ed ambizione. Luca D'Alessandro
da Giardini Sonori
Tra un abbaiare sorpreso e una macchina che sfreccia si apre l’ep dei modenesi
Marla, band strumentale che si sta distinguendo nell’ambiente underground nostrano.
Feel stupid like a devil with an icecream (oltre ad avere un titolo alquanto esplicativo)
è il brano di partenza e si coglie in maniera subitanea la propensione naturale
del gruppo alla ricerca di un proprio habitat, dissimile dell’usuale ambiente
del cosiddetto post-rock(?). A seguire esplode Rubberbitersong, canzone dalle
melodie che ricordano i Paul Newman (la band non l’attore…) ma con una ritmica
molto sostenuta che sorregge quando deve e sa ritrarsi correttamente per lasciare
spazio ai dialoghi armonici conclusi da un pianoforte furioso. Conclude degnamente
questo ep Flaubert don’t play guitar, suite costruita con incastri di arpeggi
gentili e fondali di suoni rarefatti. Obiettivamente questo lavoro dei Marla è
da considerarsi molto buono sia per l’impatto sonoro che per l’approccio compositivo
anche se, in maniera del tutto personale, ritengo che il maggior pregio della
band sia la già menzionata attitudine alla ricerca di un suono mai scontato, mai
incolore, mai bugiardo. lele
da Benzoworld
E' un post-rock sui generis quello proposto dal gruppo modenese dei MARLA, fatto
di sonorità incisive e labirintiche, avvolte da una malinconia mai occludente,
che spesso sfocia in aperture solari, pur mantenendo sempre una certa compostezza.
I 3 pezzi che compaiono in questo demo rivelano influenze di gruppi come Motorpsycho,
in particolare in alcuni stacchi di "Rubber Biter Song" (veramente ad effetto
la parte finale con synth minimale, alternato alla chitarra!!) e nel crescendo
di "Feel stupid like a devil with an icecream", ma anche di June of '44 e Karate;
vi è infatti, una predominanza di suoni puliti e rotondi:Altre fonti d'ispirazione
per il gruppo sono i "primi" Giardini di Mirò, cui si rifà in parte "Flaubert,
don't play guitar" nel fraseggio di chitarra. Lodevole il lavoro di ricerca, che
porta i MARLA ad utilizzare soluzioni stilistiche tutt' altro che banali, discostandoli
dalla miriade di gruppi emergenti che si affacciano sulla scena indie-post-rock
italiana.
da Munnezza - Dedication
"Il Rimpianto EP", il cd sfornato dai Marla lo scorso anno, era stato uno dei
demo a colpirmi di più in assoluto: un lavoro morbido, delicato, quasi etereo,
eppure penetrante ed efficace come poche bands italiane al momento erano (e sono)
in grado di concepire. Per il nuovo disco edito dalla Marsiglia Records - la home-label
di Matteo Casari dei Lo-Fi Sucks! (rigorosamente cd-r, splendido in questo caso
l'artwork fatto con fogli di lucido) - la ricetta a prima vista non è cambiata:
sempre post-rock totalmente strumentale di ottima qualità che si spalma su una
ventina di minuti nella forma di tre lunghe tracce dai titoli curiosi e colme
di sensazioni contrastanti. Stavolta, però, si scorge una maggiore tensione, che
si traduce in suite leggermente più nervose e ritmiche più dinamiche e perentorie
e che a tratti portano il sound a lambire persino lo stile dolce eppure aggressivo
e matematico dei volubili Juno. Si finisce spesso anche in territori quasi noise-pop,
quelli esplorati dai primi Mercury Rev, ma non vengono dimenticate le suadenti
e sempre nostalgiche armonie che avevamo apprezzato nell'onirica psichedelia de
"Il Rimpianto". In più, i modenesi si lasciano stuzzicare (con moderazione) dalle
diavolerie che l'elettronica fornisce alla causa della musica (rumori, inserti,
groove, campionamenti) e si divertono a giochicchiare persino con la classica
(vedi il ghiribizzo di piano nel finale di Rubber biter song e gli archi - sintetici?
- in Feel stupid like a devil with an ice cream). "Marla" è una convincente opera
di transizione, dunque, che conferma il talento del quartetto e prepara il terreno
all'affermazione definitiva di una nuova grande realtà della sempre più interessante
scena indie/post-rock nazionale: parliamo naturalmente del primo full lenght,
che da oggi possiamo cominciare ad attendere con rinnovata fiducia. Nel frattempo,
fareste bene a procurarvi entrambi i compact finora realizzati dall'ensemble emiliano
e a tenere d'occhio i loro prossimi spostamenti.
da Mucchio Selvaggio
Radicale cambio di atmosfere con i Marla, che nell'omonimo dischetto allineano
tre tracce decisamente più vicine alla ricerca e al post che non alla forma-canzone,
tant'è che la voce fa solo una brevissima apparizione. Non mancano, in questi
solchi, i classicismi, così come alcune soluzioni lontanamente imparentate con
il jazz e, naturalmente, quelle sfuriate elettriche che costituiscono una delle
caratteristiche principali del genere in questione. Genere nel quale l'ensemble
modenese, forte di una tecnica e di un gusto invidiabili, non fatica a trovare
un proprio spazio, creando un caleidoscopio di suoni che avvolge e coinvolge l'ascoltatore
senza fargli troppa violenza in una gustosa alternanza di stati d'animo e strumenti
(chitarre, basso e batteria, naturalmente, ma anche effetti elettronici, drum-machine,
pianoforte e fiati). Nell'insieme un ottimo lavoro, come nella tradizione dei
CD-R marchiati Marsiglia Records. Aurelio Pasini










